Tag: Motori di Ricerca
Qualcuno spieghi a Turani come funziona Google Adsense

La prestigiosa firma del giornalismo economico italiano, Giuseppe Turani, dalle colonne (infami? d’Ercole?) dell’inserto Affari & Finanza di Repubblica da tempo spiega ai lettori in modo molto fantasioso il mondo Internet.
Purtroppo, come cantava Celentano, questo mondo non vuol la fantasia, e molti hanno criticato Turani per aver scritto di Internet svariando dai blog all’algoritmo di Google con cognizione di causa tutta da dimostrare, a loro giudizio.
Nel mio piccolo, vorrei segnalare un’altro volo pindarico del buon Turani, pubblicato da Affari & Finanza di ieri, in cui fra l’altro si legge che gli inventori di Google…
Hanno sviluppato il sistema della pubblicità personalizzata. In pratica, ognuno di noi, dalla prima volta che va su Google, viene schedato (non come nome e cognome, che non interessa), ma come utente. Google, nei suoi immenso computer (nei suoi “banchi di memoria”, direbbero gli scrittori di fantascienza di una volta), tiene nota di tutto. Della ricerca che facciano, degli argomenti che ci interessano, delle nostre abitudini (almeno di quelle rilevabili dal nostro girare in Rete). Dopo di che, ogni volta che noi usiamo Google, ci viene proposto qualcosa che ha a che fare con i nostri interessi. Hanno notato che chiediamo notizie di Valentino Rossi o di Stoner? E allora ci mandano pubblicità relativa alle moto, e così via.
Turani evidentemente si riferisce al sistema Adsense di Google, quello che mostra link sponsorizzati in un network sconfinato di siti partner, da grandi portali come Aol al sito personale da 10 visitatori al mese.
Ebbene, Adsense non funziona così. I link sponsorizzati, così come i banner Adsense, non sono visualizzati in base alla schedatura degli utenti bensì in base al contenuto delle pagine in cui appaiono. E’ il sistema del content targeting, una delle tante soluzioni tecnologiche acquisite da Google nel corso della sua lungimirante strategia di sviluppo.
La forza del content targeting risiede nel fatto che Adsense mostra pubblicità del tutto contestualizzata nelle pagine in cui compare, rendendo la user experience un tutt’uno fra contenuto e pubblicità, secondo il noto principio dell’ infotising, pubblicità mescolata all’informazione.
Quello di cui parla Turani, che forse ha informazioni riservate a cui noi non abbiamo accesso, è una forma di pubblicità personalizzata che al momento non è ancora stata offerta da Google, vuoi per questioni di privacy, vuoi perchè non si è ancora sviluppata del tutto la tecnologia necessaria. Solo Yahoo ha provato a lanciare in versione beta un sistema simile, denominato SmartAds, ma finora senza grande successo.
Forse stiamo tutti sottovalutando Turani, che in realtà è molto più avanti. Però non si direbbe quando scrive:
Se si guarda oggi alla Rete, insomma, si vede che la guerra è proprio lì, dove ci sono i motori di ricerca. Tutto il resto (dove ci sono stati i grandi teatri di guerra negli anni scorsi) ormai è pacificato. C’è chi pensa, e forse non sbaglia, che in futuro tutto avverrà attraverso i motori di ricerca.
Ricordo di averne lette diverse di affermazioni del genere, nel 1998.
Top Keyword 2007: iPhone o Britney Spears ?
Da ieri circolano 2 notizie simili ma apparentemente contrastanti. Secondo quanto riportato da molti organi di informazione, fra cui Reuters la parola chiave più cercata in Google nel 2007 sarebbe stata “iphone”, mentre quella più cercata in Yahoo sarebbe stata “Britney Spears”.
Diversamente da quanto si potrebbe pensare, non si tratta però di diversità di pubblico di riferimento. In realtà le classifiche sono ampiamente filtrate dai motori di ricerca. Yahoo esclude infatti termini “generici”, nomi di aziende, termini tecnologici e sessuali. Simili i criteri di filtraggio di Google, che esclude anche le celebrità per avere una classifica “family-oriented”.
Inoltre, molti hanno equivocato il senso della classifica di Google, che non si riferisce alle keyword più cercate in assoluto ma a quelle maggiormente cresciute di numero rispetto al 2006.
Per la cronaca, nella classifica Yahoo Britney Spears ha preceduto “WWE”, (la federazione del wrestling), “Paris Hilton”, “Naruto” (fumetto giapponese) e la cantante Beyonce. In quella di Google iPhone è seguito da “Webkinz” (giocattolo virtuale), “TMZ” (sito di gossip), “Transformers” e “YouTube”.
Primo posto su Google a pagamento, la leggenda metropolitana. O no ?
Ogni tanto mi capita di rendermi conto che la prospettiva di chi, come me, lavora nel web marketing è a dir poco ottusa. Mi è appena successo ascoltando alla radio la domanda di uno speaker ad un ascoltatore sedicente esperto: ma è vero che per farti andare al primo posto Google si fa pagare ?
Ecco quindi che mi domando: quanto del nostro tempo è dedicato a perfezionare le tecniche, per rendere sempre più efficaci le azioni di marketing online per i nostri clienti, e quanto tempo dedichiamo a capire la loro percezione della realtà della rete ? Visto che non pretendo di parlare a nome della categoria, parlerò per me: troppo e troppo poco rispettivamente.
Non so a quanti sia capitato di parlare di posizionamento in Google con persone che ne sanno poco o nulla e scopire che la maggior parte di loro sia convinta che per arrivare al primo posto basta pagare. A me capita spesso. La prima reazione è quella di incredulità: come può un’eresia del genere essere entrata a far parte del luogo comune ? Scatta poi l’istinto pedagogico, per cui ci si lancia in una spiegazione dei meccanismi del seo e del sem, che trova nel principio della distinzione fra risultati organici e link sponsorizzati una buona base per smontare la leggenda metropolitana.
Fatto questo, ci si ritrova a biasimare le masse perchè ancora non hanno assimilato quello che a noi pare essere un dogma, la purezza dei risultati organici, e ad auspicare una rapida alfabetizzazione ad internet che trasformi tutti in potenziali clienti dei nostri servizi di search advertising. Raramente scatta il dubbio che se una leggenda metropolitana si crea, un barlume di verità iniziale ci debba essere, non importa quanto diluito nell’enormità fantasiosa generata dal passaparola.
Nella fattispecie di Google, mi chiedo perché tutti pensano che si paghi per stare al primo posto ? In realtà la risposta è ovvia: anche l’esperienza del più sprovveduto dei navigatori porta a percepire quel primo posto come qualcosa di altamente prezioso.
Effettivamente, chi arriva al primo posto non ci arriva gratis. Il posizionamento può essere frutto di anni di onesto e riconosciuto lavoro che ha portato contenuti interessanti e molti backlink di qualità, oppure merito di un bravo seo, o entrambe le cose. In ogni caso, c’è stato un ingente investimento, rivelatosi un ottimo investimento. Non ho mai sentito nessuno arrivare al primo posto di Google e lamentarsi perchè ci ha speso troppo !
Qui però casca l’asino, e anche l’esperto di web marketing. Lo stesso uomo della strada a cui sembrava naturale pagare Google per farlo andare al primo posto, di fronte a preventivi di azioni seo, sem, e qualsiasi altra attività volta a scalare le posizioni di Google, improvvisamente diventa micragnoso. Nella migliore delle ipotesi, si accontenta di comparire nei link sponsorizzati, magari non troppo in alto per non spendere troppo. Nella peggiore, si convince che in fondo in fondo non è poi così importante la visibilità in Google e paga il seo precario di turno che svende la sua professionalità in cambio di qualche spicciolo.
La frustrazione di chi vede questa dinamica perpetuarsi oramai da 9 anni, l’età di Google, è evidente. L’ottusità delle aziende appare tanto evidente quanto disarmante. Forse l’idea di pagare un intermediario anzichè Google stesso frena l’imprenditore, endemicamente scettico in un paese come il nostro dove la fregatura cialtrona è sempre in agguato.
Tuttavia un dubbio comincia ad insinuarsi in me. Non sarà che gli unici a credere che il primo posto su Google debba essere gratis siamo proprio noi ? Non sarà che in fondo siamo noi i primi a credere che costi troppo ottenere buoni posizionamenti per keyword dall’alto potenziale di business ? Non sarà che la nostalgia per l’epoca in cui bastavano 4 trucchetti da ragazzi ci fa più o meno inconsciamente rigettare l’attuale difficoltà del posizionamento organico ?
Qualsiasi sia la risposta, una certezza ce l’ho: la colpa è anche nostra. Se noi “esperti” di web marketing non riusciamo a comunicare l’importanza degli investimenti per la visibilità nei motori di ricerca, per quanto recalcitrante possa essere il nostro interlocutore, chi altri lo può fare ?

