Archive: October, 2007
Posted on 5:43pm 10/31/2007 by Alessandro Venturi in
Web Marketing
Da qualche giorno circolano indiscrezioni secondo le quali Google sta lavorando alla creazione di una nuova piattaforma, ufficiosamente definita Google Marketing Dashboard, che consentirà a agli inserzionisti di controllare tutte le attività pubblicitarie gestite da Google
Al momento, gli account consentono di gestire solo le campagne di link sponsorizzati e banner in Google e nei siti partner. Ma i recenti sviluppi delle acquisizioni di Google, fra cui DoubleClick, Youtube, Myspace e Orkut, hanno aperto spazi pubblicitari immensi, che non solo vanno oltre i classici Adwords, ma addirittura si spingono offline. (ad esempio nei telefonini, ma in futuro in TV e sulla stampa)
Le indiscrezioni, dunque, non fanno altro che confermare quanto oramai viene atteso con impazienza dagli operatori di marketing di mezzo mondo: la possibilità di controllare direttamente in un unico account tutte le attività di marketing online, saltando intermediari, incompatibilità di formati e differenze di metodi di valutazione, con eccezionali prospettive in termini di efficienza ed efficacia delle campagne pubblicitarie in Internet.
Molti si chiedono come si finanzi la Mozilla Foundation, organizzazione che si occupa dello sviluppo del browser Firefox e del client di posta Thunderbird, principali concorrenti di Microsoft nei rispettivi settori. La recente pubblicazione del bilancio 2006, largamente positivo con ricavi per circa 67 milioni di dollari, svela l’arcano: l’85% dei ricavi viene da Google.
47 milioni di dollari è infatti l’ammontare della cifra versata dal colosso di Mountain View per l’integrazione nel browser Firefox della casella di ricerca in Google. Per ogni ricerca eseguita dalla search box, Google corrisponde alla Mozilla Foundation una certa cifra. Non è chiaro a quanto essa ammonti, ma come mostra anche l’accordo Safari-Apple, si tratta di un notevole business.
Cosa ancora più interessante, il finanziamento di Google, al di là del ritorno economico diretto, appare senza dubbio un investimento nel settore del browser per sfidare Microsoft nel suo campo. Le ultime cifre dicono che dal 2005 al 2007 è raddoppiata la quota di mercato rosicchiata a Bill Gates da Brin & Page, attestandosi a metà di quest’anno attorno al 15%.
Posted on 4:45pm 10/29/2007 by Alessandro Venturi in
Web Marketing
Queste le conclusioni a cui è giunta una ricerca svolta da OPA Europe, l’associazione degli editori in rete, su 7. 000 cittadini europei che si collegano abitualmente dal luogo di lavoro in Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia, Spagna e Svizzera.
Il 22% degli intervistati ha dichiarato che la pubblicità online è la più interessante, contro il 20% a favore di quella televisiva, il 10% di quella sui quotidiani e il 6% cdella pubblicità radiofonica.
Unica nota dolente, per il 38% del campione analizzato c’è troppa pubblicità in rete, mentre solo il 21% ritiene che ve ne sia troppa sui quotidiani (28% per la radio). Niente a che vedere, comunque, con l’insofferenza verso l’advertising overload televisivo, che ben il 68% degli europei ritiene eccessivo.
Curiosamente, nel 2004 il panel mostrava maggior fastitidio per la pubblicità in Internet: era il 53% a dichiarare che gli sembrava troppa. La ragione sembra evidente: gli utenti si stanno abituando a convivere con l’advertising online.
Posted on 3:33pm 10/26/2007 by Alessandro Venturi in
Web Marketing
Microsoft si compra un pezzo di Facebook, ritenendolo il social network del futuro, attualmente ricco di 18 milioni di utenti più o meno attivi (15 solo negli USA) . Più che per il valore in sè, Facebook ha attirato Microsoft per le sue prospettive di crescita, e soprattutto per la possibilità di offrire una notevole profilazione del target pubblicitario.
Gli utenti di Facebook, infatti, sono identificabili per variabili sociodemografiche e di lifestyle, dunque un gruppo molto segmentabile per indirizzare pubblicità online mirata. L’affare viene presentato come una sconfitta per Google, egualmente interessato ma tagliato fuori dall’accordo. In realtà Google l’affare sembra averlo già fatto, anticipando tutti ancora una volta, accordandosi mesi fa con Myspace, social network molto più esteso di Facebook (75 milioni contro 18) diventato uno dei principali fornitori di spazi pubblicitari Adsense.
Aggiornamento sulla vicenda delle penalizzazioni di Google a chi vende link a pagamento per gonfiare il PageRank.
Marketing Routes segnala che una serie di siti USA che lucrano su questo business hanno visto il loro PR diminuito anche sensibilmente. Non è ancora ben chiaro se è stato diminuito solo il valore nominale o anche il peso della loro link popularity.
Nel primo caso, i siti “incriminati” perderebbero solo i l’appeal verso chi acquista i link, ma non il reale peso. Il PageRank nominale è quello mostrato nella barra di Google, ma si tratta di uno specchietto per le allodole. Google lo aggiorna raramente, e dunque è un valore che non corrisponde al peso reale in termini di link popularity.
Nel secondo caso, invece, i link non continuerebbero a rinforzare il posizionamento dei siti linkati, perdendo di valore oggettivo. Non è molto chiaro perchè Google mantenga questa ambiguità, che di fatto alimenta il commercio di link. Se questo valore sparisse dalla toolbar forse sarebbe meglio per tutti.
Posted on 5:21pm 10/24/2007 by Alessandro Venturi in
Web Marketing
Sono usciti i dati Nielsen Media Research relativi agli investimenti pubblicitari in Italia nel periodo gennaio-agosto 2007, e il dato più eclatante è che grazie a un aumento degli investimenti in del 43%, la pubblicità online ha scavalcato le affissioni: 165 milioni di euro contro 122.
Si tratta certo di un’ottima notizia per gli addetti ai lavori, e forse anche per tutti coloro che preferirebbero vedere gli spazi pubblici del Belpaese meno tappezzati di pubblicità, spesso esteticamente discutibile.
In realtà si potrebbe anche definirla una non-notizia, se si pensa che la pubblicità online, per quanto nuova, esiste ormai da più di un decennio. Ecco, forse la notizia è proprio questa, e cioè che mentre altrove gli investimenti pubblicitari in rete sono oramai arrivati a sfidare quelli sui quotidiani, in Italia il rapporto è di 1 a 10 !
Giusto per citare un esempio, nel 2006 in Gran Bretagna sono stati investiti 2 miliardi di sterline in pubblicità online, contro 1,9 miliardi di sterline dei quotidiani che, come noto, hanno tirature molto superiori a quelle italiane. Nei primi nove mesi del 2007, la spesa per la pubblicità nei quotidiani è stata di 1,1 miliardi di euro e, come detto, 0,165 miliardi di euro per la pubblicità via Internet.
Insomma, l’innovazione nel nostro paese viaggia a ritmi imbarazzanti. In realtà, nemmeno questa è una notizia.
Ogni tanto mi capita di rendermi conto che la prospettiva di chi, come me, lavora nel web marketing è a dir poco ottusa. Mi è appena successo ascoltando alla radio la domanda di uno speaker ad un ascoltatore sedicente esperto: ma è vero che per farti andare al primo posto Google si fa pagare ?
Ecco quindi che mi domando: quanto del nostro tempo è dedicato a perfezionare le tecniche, per rendere sempre più efficaci le azioni di marketing online per i nostri clienti, e quanto tempo dedichiamo a capire la loro percezione della realtà della rete ? Visto che non pretendo di parlare a nome della categoria, parlerò per me: troppo e troppo poco rispettivamente.
Non so a quanti sia capitato di parlare di posizionamento in Google con persone che ne sanno poco o nulla e scopire che la maggior parte di loro sia convinta che per arrivare al primo posto basta pagare. A me capita spesso. La prima reazione è quella di incredulità: come può un’eresia del genere essere entrata a far parte del luogo comune ? Scatta poi l’istinto pedagogico, per cui ci si lancia in una spiegazione dei meccanismi del seo e del sem, che trova nel principio della distinzione fra risultati organici e link sponsorizzati una buona base per smontare la leggenda metropolitana.
Fatto questo, ci si ritrova a biasimare le masse perchè ancora non hanno assimilato quello che a noi pare essere un dogma, la purezza dei risultati organici, e ad auspicare una rapida alfabetizzazione ad internet che trasformi tutti in potenziali clienti dei nostri servizi di search advertising. Raramente scatta il dubbio che se una leggenda metropolitana si crea, un barlume di verità iniziale ci debba essere, non importa quanto diluito nell’enormità fantasiosa generata dal passaparola.
Nella fattispecie di Google, mi chiedo perché tutti pensano che si paghi per stare al primo posto ? In realtà la risposta è ovvia: anche l’esperienza del più sprovveduto dei navigatori porta a percepire quel primo posto come qualcosa di altamente prezioso.
Effettivamente, chi arriva al primo posto non ci arriva gratis. Il posizionamento può essere frutto di anni di onesto e riconosciuto lavoro che ha portato contenuti interessanti e molti backlink di qualità, oppure merito di un bravo seo, o entrambe le cose. In ogni caso, c’è stato un ingente investimento, rivelatosi un ottimo investimento. Non ho mai sentito nessuno arrivare al primo posto di Google e lamentarsi perchè ci ha speso troppo !
Qui però casca l’asino, e anche l’esperto di web marketing. Lo stesso uomo della strada a cui sembrava naturale pagare Google per farlo andare al primo posto, di fronte a preventivi di azioni seo, sem, e qualsiasi altra attività volta a scalare le posizioni di Google, improvvisamente diventa micragnoso. Nella migliore delle ipotesi, si accontenta di comparire nei link sponsorizzati, magari non troppo in alto per non spendere troppo. Nella peggiore, si convince che in fondo in fondo non è poi così importante la visibilità in Google e paga il seo precario di turno che svende la sua professionalità in cambio di qualche spicciolo.
La frustrazione di chi vede questa dinamica perpetuarsi oramai da 9 anni, l’età di Google, è evidente. L’ottusità delle aziende appare tanto evidente quanto disarmante. Forse l’idea di pagare un intermediario anzichè Google stesso frena l’imprenditore, endemicamente scettico in un paese come il nostro dove la fregatura cialtrona è sempre in agguato.
Tuttavia un dubbio comincia ad insinuarsi in me. Non sarà che gli unici a credere che il primo posto su Google debba essere gratis siamo proprio noi ? Non sarà che in fondo siamo noi i primi a credere che costi troppo ottenere buoni posizionamenti per keyword dall’alto potenziale di business ? Non sarà che la nostalgia per l’epoca in cui bastavano 4 trucchetti da ragazzi ci fa più o meno inconsciamente rigettare l’attuale difficoltà del posizionamento organico ?
Qualsiasi sia la risposta, una certezza ce l’ho: la colpa è anche nostra. Se noi “esperti” di web marketing non riusciamo a comunicare l’importanza degli investimenti per la visibilità nei motori di ricerca, per quanto recalcitrante possa essere il nostro interlocutore, chi altri lo può fare ?
Danny Sullivan, massima autorità nel settore del posizionamento nei motori di ricerca, ha di recente pubblicato un articolo sulle nuove penalizzazioni di Google nei confronti di chi vende link allo scopo di influenzare l’algoritmo di ricerca.
E’ noto che il sistema di ranking di Google si basa molto su quantità e qualità di backlink che un sito riceve. La famosa formula del PageRank, per quanto aggiornata di continuo, assegna un punteggio più alto ai siti molto linkati, specialmente se questi link vengono da siti a loro volta ricchi di backlink.
Per non avere introdotto questo sistema, sono falliti miseramente motori di ricerca del calibro di Altavista, Lycos, Excite, Inktomi. E pure quelli superstiti, Yahoo e Msn (ora Live), si stanno ancora leccando le ferite. Il PageRank è stata l’invenzione del secolo (scorso).
Stante l’importanza del ranking di Google, ovviamente si è creato un mercato di compravendita di link, soprattutto negli Stati Uniti, dove sono sorte vere e proprie aziende che aiutano i webmaster a guadagnare posizioni nelle ricerche vendendogli link preziosi, con elevato valore di PageRank. La cosa non piace a Google, perchè in questo modo anche siti di scarsa qualità, non in grado di ricevere link spontanei, possono guadagnare visibilità nell’indice grazie ai soldi. Per costoro, Google mette a disposizione Adwords, il sistema pay per click che consente di visualizzare link sponsorizzati accando ai risultati “puri”.
Fra gli addetti ai lavori, da tempo si discute della questione. Molti ritengono che Google non voglia salvaguardare la purezza del suo indice, ma solo guadagnare grazie ad Adwords. La dimostrazione sarebbe il fatto che molti siti di spam compaiono comunque nell’indice, e che Google non intervenga. Non solo: i siti delle aziende che vendono link compaiono sotto forma proprio di annunci Adwords.
Chi difende Google, invece, sostiene che Brin & Page non hanno interesse a sporcare i risultati organici, perchè è proprio la loro rilevanza che piace al pubblico che ha premiato Google rendendolo il motore di ricerca più usato del pianeta. E la posizione di Danny Sullivan? E’ piuttosto salomonica: Google ha tutti i diritti di estromettere chi vende link, ma non riuscirà mai a trovarli tutti, rischiando anche di penalizzare siti che pur vendendo link sono importanti per la completezza dell’indice. Sarebbe meglio, secondo Sullivan, che Google trovasse un sistema per individuare i link di scarso valore, a pagamento o no.
Personalmente ritengo che chi critica Google sottovaluti l’importanza della purezza dei risultati organici. I link a pagamento in grado di fare la differenza sono molto costosi, e lasciando fiorire questo mercato si finirebbe per avere un indice in cui chi paga di più è al primo posto, avendo così un doppione di Adwords. Per quando sia utopistico avere un indice in cui la rilevanza è stabilita in modo puramente oggettivo, è innegabile che l’algoritmo di Google funzioni molto bene così com’è, perchè i siti interessanti ricevono link, quelli inutili no. Lo dimostrano i miliardi di ricerche eseguite giornalmente.
In Italia è passato sotto silenzio, addetti ai lavori a parte, il lancio da parte di Yahoo di un nuovo, a mio parere rivoluzionario, sistema di pubblicità online. Si tratta di SmartAds, una piattaforma tecnologica che consente agli inserzionisti di Yahoo di visualizzare pubblicità diverse per target diversi.
“There is an ad for everyone” è il motto di SmartAds.
Rispetto alla keyword advertising, la novità è che il targeting non avviene in base alle parole chiave digitate dall’utente, bensì al suo comportamento online, scelte e abitudini di navigazione, download, acquisti in rete, personalizzazioni di visualizzazione, ecc…
Si tratta di una mossa che molti si aspettavano da Google, invece una volta tanto Yahoo ha preceduto il più potente arcirivale. Com’è possibile ? La mia opinione è che Google, con tutti gli occhi dei media puntati addosso, stia temporeggiando prima di lanciare un servizio pubblicitario che farà sicuramente venire allo scoperto nervi già tesi sull’annosa questione della privacy online. Forti del suo enorme vantaggio competitivo, Brin e Page volentieri lasciano a Yahoo il ruolo di rompighiaccio in questa nuova frontiera della pubblicità online.
Sono sicuro che Google sarebbe già tecnicamente in grado di proporre qualcosa di simile, ma che abbia giudicato la cosa prematura. Sospetto inoltre che Yahoo abbia accelerato l’uscita di una tecnologia ancora in beta in un tentativo quasi disperato di recuperare terreno. Non a caso l’annuncio ha seguito di poco tempo il reinsediamento al vertice dell’azienda di Jerry Yang, uno dei due co-fondatori di Yahoo. Se il rilancio fallirà, Microsoft è pronta a fare un solo boccone dell’ex-gigante di Internet.