
Si è scritto molto della capacità di Obama di presidiare la rete meglio di quanto non abbia fatto il suo rivale McCain, e di come questo abbia avuto un verosimile effetto nel successo della campagna del futuro presidente degli Stati Uniti d’America.
In particolare, è stata giustamente sottolineata l’importanza della presenza di Obama nei social network, dalle più famose community sino al proprio SN, my.barackobama.com. Più in generale, l’intensa attività in rete si è riverberata in un’enorme link popularity, concetto che esprime la quantità e la qualità della popolarità di un sito attraverso i link ricevuti da altri siti, e che Google esprime nel suo PageRank, valore alla base del suo impareggiabile algoritmo di ranking.
Probabilmente, il segreto della vittoria in rete di Obama, non è stata tanto l’intensità della presenza online quanto la capacità di mobilitarsi per tempo. Secondo il sito Nowpublic, a pochi giorni dal 4 novembre il sito di McCain seguiva quello di Obama di 2 punti, con un PR6 contro PR8 del rivale. Si sa che i dati del PR non sono mai aggiornati, e verosimilmente quel dato si riferiva ad una misurazione precedente, visto che attualmente McCain risulta avere raggiunto il PR8 di Obama, sia pure tardivamente.
Chi mastica l’algoritmo di Google sa che un valore di PR di 8 è altissimo. Per rendere l’idea, il PR8 dei siti di e McCain supera il PR7 dei siti del Partito Repubblicano o del Partito Democratico americani, o della stessa candidata alle primarie Hillary Clinton, attestandosi su un valore di un punto sotto al PR9 del sito della Casa Bianca. Per fare un raffronto con l’Italia, possiamo notare come i siti del PDL o del PD raggiungano solo un PR6, anche se va detto che i siti americani raccolgono spesso link popularity dall’estero, cosa che avviene in misura molto minore per i nostrani.
Sarà ora interessante vedere se dopo le elezioni Obama arriverà al PR9… Chi vuole potrà verificarlo scaricando la Toolbar di Google o con uno dei molti appositi tool in rete.

Un’altra brutta notizia per Yahoo: non arriveranno i soldi di Google, che per non rischiare problemi con l’antitrust ha rinunciato ad un accordo da 800 milioni di dollari all’anno.
Com’è noto, Google aveva chiesto a Yahoo spazi pubblicitari pay per click per i suoi inserzionisti, spazi che Yahoo faceva sempre più fatica a coprire con il suo programma Yahoo Search Marketing. Visto il quasi monopolio nel settore detenuto da Google (oltre l’80% del mercato del search marketing), l’accordo era entrato nel mirino dell’autorità antitrust americana. Per evitare un nuovo caso Microsoft, Google ha deciso di rinunciare, e che gli spazi di Yahoo non erano poi così indispendabili.
Si tratta evidentemente di un brutto colpo per la situazione già critica di Yahoo, che ha chiuso il terzo trimestre 2008 con un calo negli utili del 64 per cento, e ha annunciato il licenziamento del 10% dei dipendenti, circa 1.500 persone. Il problema maggiore è il calo degli introiti derivanti dal display advertising, banner et similia, il settore dove Yahoo è stato a lungo il leader mondiale.
Ecco dunque che non sorprende la decisa svolta verso il web 2.0 del colosso web. Ispirandosi al modello Facebook, basato su una piattaforma che consente a qualunque sviluppatore di realizzare applicazioni che arricchiscono il social network, Yahoo ha creato Yahoo open strategy.
Lanciato la scorsa primavera, ora il progetto sta prendendo forma, con l’inetenzione di sfruttare il gran numero di utenti registrati ai vari servizi Yahoo (email, answer, musica, ecc…) facendoli interagire in un sito che si dovrebbe trasformare in una community in puro stile 2.0. Sembra un po’ tardi, visto il successo mondiale non solo di Facebook ma anche di altri social network come Myspace, ma è sicuramente l’unica mossa rimasta per Yahoo. Buona fortuna…

Nello scorso mese di Agosto, il Wall Street Journal ha condotto una ricerca per stabilire come i due candidati alla presidenza degli Stati Uniti si posizionassero nelle ricerche fatte con Google.
Grazie ad un intensa attività online, partita molto prima dell’inizio della corsa finale, il sito barackobama.com ha acquisito una notevole presenza nei risultati organici, frutto di una notevole mole di contenuti e di una grande link popularity.
Facebook e YouTube sono presidiati da tempo da Barack Obama, che ha addirittura sviluppato un suo social network, My.BarackObama.com. Sarebbe però sbagliato concludere che la strategia di Obama è tutta Web 2.0. Anzi, per quanto riguarda i banner, è proprio lui a dominare, sempre secondo i dati diffusi dal WSJ.
La sua campagna di display advertising, alla data della rilevazione dei dati, aveva totalizzato 416.7 millioni di impression, contro solo 16.5 milioni di impression per McCain. Inoltre, secondo quanto riporta ClickZ, la campagna Adwords di Obama nei primi sei mesi del 2008 è costata 3 milioni di dollari.
John McCain, dal canto suo, si è mosso con notevole ritardo, ma, secondo quanto riferisce il WSJ, grazie ad una formidabile campagna Adwords ha saputo recuperare molta della visibilità in Google che non riusciva ad ottenere tramite i risultati organici. I consulenti di McCain hanno inoltre messo in atto una strategia di bidding su parole chiave ritenute fondamentali, come ad esempio “U.S. economy” e “housing crisis,”.
Cercando “Joe Biden”, il candidato alla vice-presidenza di Barack Obama, gli elettori americani hanno potuto cliccare su un link sponsorizzato da McCain che portava ad una pagina in cui si poteva vedere un video dove Biden criticava Obama in tempi non sospetti.

Hanno ammazzato il banner, il banner è vivo. Anche nel web 2.0. E’ presto per dire se si tratta di una vera resurrezione, o semplicemente una sorta di accanimento terapeutico su di un mezzo che è troppo old media, come sostiene chi afferma che il futuro sarà solo “social”.
Myspace ha introdotto in versione beta la sua nuova piattaforma per la pubblicità self-service di tipo pay per click, che dovrebbe sostituire quella di Adwords.
La contextual advertising è, accanto alla search e alla display advertising, la principale forma di web marketing e dunque la massima fonte di introiti in termini di pubblicità in Internet. La profilazione dell’utenza di Myspace è garantito dalla natura stessa di community basata proprio sui profili degli utenti, per cui è possibile un targeting contestuale molto preciso.
A differenza di Adwords e Facebook, i Myspace Myads non sono testuali, bensì grafici, nei classici formati 728×90 e 300×250. Si tratta insomma di un mix di contextual e display advertising, che anziché essere basata sul sistema content targeting del tipo Google Adsense, si basa su di un profile targeting.
“Perché arricchire Google quando possiamo fare la stessa cosa da soli ?”. Questa è verosimilmente la domanda retorica che si deve essere posto Rupert Murdoch, il proprietario del principale social network musicale, assieme a Facebook e Youtube la principale destinazione del Web 2.0 fino a questo momento. E se YouTube utilizza gli Adwords della casa madre Google, e FaceBook è passato ad un sistema pay per click proprietario, la mossa di Myspace è tutt’altro che sorprendente.
La versione beta è attualmente disponibile solo negli Stati Uniti, per saperne di più si può cominciare da questa interessante prova.

Posted on 6:49pm 9/24/2008 by Alessandro Venturi in
Web Marketing

L’UPA (Utenti Pubblicità Associati) ha diffuso le nuove stime sugli investimenti pubblicitari in Italia nel 2008, e contrariamente alle allegre previsioni di primavera, ci si è accorti della crisi. Il dato complessivo della spesa pubblicitaria è si positivo (+1,7%), ma ben al di sotto del tasso di inflazione: dunque, gli investimenti sono in netto calo, naturalmente con l’eccezione di Internet. In termini di valore reale la differenza col 2007 è del -2,2%.
Ecco i dati disaggregati (senza tenere conto dell’inflazione prevista al 3,8% a fine anno):
Internet display +26,7%.
Internet non display +22%
Radio +4,2%
Relazioni Pubbliche +3,1%
Promozioni +2,7%
Direct Response +2,2
Sponsorizzazioni +1,4%
TV +1,4%
Esterna +0,7%,
Stampa -3,5%
Cinema -6,3%,
Dunque, dei mezzi tradizionali si salva solo la radio, e solo Internet mostra buona salute. In particolare, e qui c’è una mezza sorpresa per chi da anni si sente ripetere che i banner non funzionano, è la display advertising a registrare l’aumento maggiore, mentre il resto delle attività di pubblicità online aumenta con minore intensità.
C’è chi parla di vittoria del banner, e scrive:
Dove va la pubblicità che manca all’appello? Su Internet naturalmente, dove gli investimenti sono in pieno boom (+26%). Ma quello che sorprende - per primi quelli dell’Upa - è il fatto che a sfondare sulla rete non è né la pubblicità per parole chiave (quella di Google per intenderci), né le forme innovative di advertising (quelle interattive immediatamente misurabili dalla risposta degli utenti o quelle ripagate in base ai clic). Il botto su Internet lo fa invece la pubblicità classica, tabellare (banner, bottoni, interstitial).
In verità il fatto che aumenti la spesa in banner non significa che questa sia più efficace: anzi, in termini di ritorno d’investimento misurabile, non lo è affatto. In termini di branding, probabilmente si, ma è difficile stabilire quanto.
Il trend si spiega invece col fatto che il tipo di pubblicità che più risente della crisi è quello sulla carta stampata, ed il tipo di pubblicità online che più corrisponde a questa è proprio la display advertising. Facile da vendere agli investitori, specialmente se i centri media non sono esperti di search advertising o addirittura social marketing.
Semplice, no ?

Sono di pochi giorni fa due notizie che mostrano come l’espansione di Google stia oramai oltrepassando i confini della rete per espandersi in territori appartenenti ai media tradizionali.
La prima riguarda la carta stampata, che è già da tempo è stata incorporata da Google ma limitatamente alle edizioni web dei quotidiani, con il servizio Google News. Da ieri però il discorso si fa ben più ampio, perché Google ha messo online le prime pagine di un archivio cartaceo di miliardi di pagine dei quotidiani americani che sta da tempo convertendo al formato digitale.
Sono già disponibili attraverso Google News gli archivi del Washington Post e del New York Times, e di altri quotidiani statunitensi, ma è previsto l’ampliamento ai giornali di tutto il mondo, compresa l’Italia, anche se non è ancora stato comunicato quando ciò sarà realizzato.
L’obiettivo di Google è sicuramente molto ambizioso, come conferma l’enfasi del post pubblicato nel blog ufficiale di Google, che annuncia l’avvio del servizio News Archive Search:
Per più di 200 anni questioni di portata locale e nazionale sono state riportate sulla stampa cartacea, dalle rivoluzioni alla politica fino alla moda e alle previsioni del tempo e ai risultati sportivi dei licei. Stimiamo che in tutto il mondo vi siano miliardi di pagine contenenti tutte le storie mai state scritte. Ed è nostro compito aiutare i lettori a trovarle tutte, dal più piccolo settimanale locale al più grande quotidiano nazionale.
Il servizio, che incorpora i classici link sponsorizzati come forma di pubblicità, è in parte gratuito in parte a pagamento, a seconda di quanto hanno deciso i giornali proprietari degli archivi.
La seconda notizia riguarda invece Google e la televisione. Grazie ad un accordo con la rete NBC, Google venderà ai propri inserzionisti anche pubblicità televisiva su canali via cavo, tramite un’apposita piattaforma online, che consente di monitorare l’andamento delle campagne. Torneremo prossimamente su questa novità, quando emergeranno maggiori dettagli sul tipo di dati a disposizione degli inerzionisti.
Posted on 6:43pm 9/03/2008 by Alessandro Venturi in
Web Marketing

Secondo gli sconfortanti dati Nielsen ripresi da ilsole24ore.com, nel 2007 solo lo 0,4% degli investimenti pubblicitari dell’industria alimentare mondiale è stato speso per pubblicità in Internet.
La gran parte degli investimenti (che superano il miliardo di euro annuale in totale) è andata per pubblicità televisive (84,5%). Il rimanente è stato spartito da stampa (9,7%), radio (3%) e cinema 1%.
Unico dato consolante è che a fronte di un calo della spesa pubblicitaria totale del settore, gli investimenti in web advertising sono cresciuti del 43% rispetto al 2006, una crescita registrata peraltro anche nel settore radio.
Evidentemente, anche nei settori più conservatori dell’industria comincia ad essere percepita la forza del web marketing, sia pure in modo ancora molto residuale.


Dopo avere perso lo scettro di sito più visitato al mondo, lasciandolo a Google, Yahoo cede anche il primo posto nella graduatoria del numero di banner e altri formati display visualizzati negli Stati Uniti, sempre secondo i dati ComScore.
Nel luglio 2008 è stata la Fox Interactive Media di Rupert Murdoch a totalizzare il maggior numero di banner nei vari siti di sua proprietà, oltre 52 miliardi, contro i 34 miliardi del network di Yahoo. Seguono con molto distacco AOL, Microsoft (che è contemporaneamente il quarto publisher e il primo spender) e Google (che com’è noto non fa della display advertising il suo core business).
Il risultato della Fox, che corrisponde ad uno share del mercato USA del 15,9%, è da ascrivere in primo luogo al crescente successo di MySpace, oltre che a buone performance di altri siti come WSJ Online (il sito del Wall Street Journal).
Da parte sua, Yahoo può consolarsi con il dato della reach, vale a dire la quota di utenti che riesce a raggiungere con la display advertising, per la quale detiene il primato con oltre 130 milioni di utenti, contro gli 84 milioni scarsi di Fox. Ciò significa che i visitatori dei siti del network Yahoo! vedono in media meno display advertising di quelli di Fox.
Sarà interessante vedere i dati di Agosto, per i quali Yahoo preannuncia un notevole successo di pubblico grazie alla copertura dei Giochi Olimpici di Pechino


Google ha lanciato un nuovo servizio, chiamato Google Insights for Search, che è un evoluzione di Google Trends.
Si tratta di un sito nel quale è possibile immettere qualsiasi parola chiave, e vedere quanto è stata cercata nel mondo, oppure in una particolare zona, fino alla singola città, a partire dal 2004.
Si possono dunque fare tutta una serie di confronti interessanti, ad esempio fra Obama e McCain, ma anche vedere le differenze geografiche per una singola parola chiave, o il suo andamento nel tempo.
Anche se ci sono delle perplessità nella precisione dei dati forniti da Google, indubbiamente se lo strumento che uscirà dalla fase di beta si dimostrerà corretto, si tratta di una grande notizia per chi si occupa di marketing, e non solo online.
C’è la possibilità infatti di attingere da un immenso database sulle ricerche degli utenti dell’intero pianeta, con evidenti implicazioni strategiche. Senza contare che Google mette a disposizione uno strumento pubblicitario come Adwords che consente di associare immediatamente le parole chiave ad annunci mirati, che appaiono come link sponsorizzati nel motore di ricerca.
Al di là dell’interesse di marketing, Google Insights for Search è anche un affascinante microscopio sul genere umano, che ci può aiutare, se abbiamo un minimo di curiosità, a capire cosa vogliono gli altri.
Sempre che prima capiamo cosa vogliamo noi…


In un secco comunicato stampa, Mediaset ha annunciato quanto segue:
Mediaset ha depositato al tribunale Civile di Roma un atto di citazione contro YouTube e Google per illecita diffusione e sfruttamento commerciale di file audio-video di proprietà delle società del Gruppo. Alla data del 10 giugno 2008, dalla rilevazione a campione effettuata da Mediaset sono stati infatti individuati sul sito YouTube almeno 4.643 filmati di nostra proprietà, pari a oltre 325 ore di materiale emesso senza possedere i diritti. Alla luce dei contatti rilevati e vista la quantità dei documenti presenti illecitamente sul sito, è possibile stabilire che le tre reti televisive italiane del Gruppo abbiano perduto ben 315.672 giornate di visione da parte dei telespettatori. Il risarcimento richiesto da Mediaset è di almeno 500 milioni di euro, per il solo danno emergente. A questo bisognerà aggiungere le perdite subite per la mancata vendita di spazi pubblicitari sui programmi illecitamente diffusi in rete.
La replica di YouTube, diffusa da Reuters è la seguente: “YouTube respects copyright holders and takes copyright issues very seriously,” the company said in a statement. “There is no need for legal action and all the associated costs.”
Si tratta in realtà di una risposta standard, che YouTube ha già dato in casi analoghi, come quello di Viacom che ha intentato una causa per violazione di copyright chiedendo un risarcimento di 1 miliardo di dollari, o quello del canale francese, TF1, per 100 milioni. Sarà interessante vedere cosa decideranno i giudici, soprattutto se le sentenze saranno discordanti. Verosimilmente, la cifra di 500 milioni di euro è superiore a quello che Mediaset è in grado di incassare con Rivideo, la rivendita a pagamento dei suoi programmi.
Quel che è certo è che si sta assisento ad uno scontro di civiltà mediatiche. Da un lato gli imperi televisivi, dall’altro i barbari della rete, capeggiati da Attila Google, che invadono i loro territori, aggirando il copyright. Lo scontro sembra epico, ma c’è da scommettere che alla fine i contendenti si spartiranno il business, che è la cosa che conviene di più ad entrambi. There is no need for legal action and all the associated costs, che tradotto significa “spartiamoci la torta a metà”.
Sempre che riescano a fare soldi con YouTube…